25.2.15

Cambiamo casa

Finalmente il nostro sito è online. Da oggi potete venire a trovarci al seguente indirizzo
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10.7.14

Scuola oggi: impressioni di una studentessa

Frequento la scuola pubblica da quando sono nata: a sei mesi andavo già al nido e ho appena terminato il nono anno di scuola dell'obbligo (a settembre inizierò la seconda superiore). La scuola fa parte della mia vita da sempre, mi ha accompagnata nella crescita fin dall'inizio, offrendomi un mondo parallelo alla famiglia, dove relazionarmi con i coetanei e con adulti diversi dai miei genitori. Posso quindi dire di conoscere bene la scuola pubblica, nei suoi pregi e nei suoi difetti, almeno dal punto di vista dello studente.
Durante questi anni ho avuto la fortuna di incontrare ottimi insegnanti, che hanno saputo stimolare il mio interesse spingendomi ad approfondire certe materie rispetto ad altre: molti ragazzi non hanno le idee chiare, qualsiasi materia può rivelarsi interessante se l'insegnante è preparato e disponibile a mettersi in gioco e a confrontarsi con i propri allievi. In questo senso è molto importante la comunicazione, l'avviarsi di un dialogo tra studenti e docente: le due parti dovrebbero venirsi incontro e collaborare maggiormente. Mi sembra invece che nelle classi manchi un'idea di scambio, di lavoro comune: i ragazzi guardano al prof. come a un “nemico” e spesso per loro la scuola non è un luogo dove potersi esprimere.
Chi, poi, ha maggiore difficoltà a stare al passo con le lezioni (magari a causa di problemi familiari o linguistici) trova sempre meno spazio in una scuola ogni giorno più competitiva, impostata per selezionare le cosiddette eccellenze e non per garantire a tutti un'istruzione di base. E’ per questo motivo che sempre più studenti abbandonano gli studi o vengono bocciati più volte: mentre i problemi dei ragazzi restano quelli di sempre, la scuola cambia, perdendo la sua funzione di sostegno sociale e trasformandosi in un'istituzione sempre più esigente e di difficile accesso. A poco servono gli sforzi e gli aiuti degli insegnanti: di fronte a test e prove comuni sempre più schematiche e selettive, qualsiasi studente si trova in difficoltà. Prendo ad esempio la mia classe di quest'anno: tra i cinque bocciati e i sei rimandati, la maggior parte di loro ha problemi linguistici o difficili situazioni familiari alle spalle. I professori sono stati molto pazienti e sono sempre andati incontro agli studenti più problematici, ma con l'aumentare del ritmo di studio e con la crescente difficoltà dei compiti in classe, per questi miei compagni è stato impossibile superare l'anno.
In parte capisco che chi non riesce a raggiungere un certo livello di conoscenze durante l'anno scolastico ripeta una classe: farlo proseguire nonostante le difficoltà sarebbe peggio. Eppure, osservando il caso dei miei compagni, nessuno di loro deve la propria bocciatura a incapacità o disattenzione, bensì a problemi personali. È giusto che un ragazzo paghi le conseguenze di errori o situazioni difficili dei quali non è responsabile? Come si deve comportare la scuola in questo caso?
Per ora la mia unica certezza è che, nonostante l'ambiente della scuola sempre più tenda a contrapporre i due attori principali, la solidarietà tra insegnanti e studenti  si sviluppa lo stesso e rende formative anche queste esperienze difficili.
Rita Bertani ( studentessa di quinta Ginnasio)




24.6.14

In fondo volevamo solo un marciapiede (parte terza)

Finita la scuola mi sono sentita improvvisamente con tanto tempo a disposizione. In casa ero libera, mi sentivo bene, ma  non facevo niente ed io  avevo  una grande voglia di impegnarmi in qualcosa. Ero ormai in grado affrontare il “fuori” perché la scuola mi aveva abituata agli altri; l’istruzione mi aveva resa più forte, capace di esprimere e far valere il mio punto di vista.
Così ho cominciato a frequentare una cooperativa sociale, Arteinsieme,  che era sorta nel paese, con la collaborazione di tanti volontari. E’ stato l’inizio del mio impegno sociale. Questa cooperativa si occupava di ragazzi disabili, per i quali aveva creato un centro diurno, si preoccupava di creare situazioni e progetti  di lavoro sia per disabili sia per persone disagiate. Successivamente ha cominciato a collaborare anche con le scuole.
La cooperativa e i suoi volontari (alcuni ancora oggi miei grandi amici) l’avevo scoperta nel periodo della mia crisi esistenziale e mi ha aiutato moltissimo a rapportarmi con i miei coetanei, con gli altri disabili e ad uscire da casa per i campi estivi al mare o ha passeggio e  in seguito questa cooperativa, quando frequentavo le magistrali,mi ha mandato a casa una persona per aiutarmi nei compiti.
Era stata proprio la responsabile della cooperativa ad andare a parlare con l’insegnante di italiano quando io volevo abbandonare la scuola; era stata lei a suggerire l’idea di chiamarmi e di propormi un programma individualizzato. Soffriva molto per questo mio abbandono e si è data da fare.
Così in questo periodo mi sono impegnata a tempo pieno nella cooperativa e per alcuni anni ho fatto anche  parte  del consiglio amministrativo. Ero riconoscente alla cooperativa perché mi aveva tirata fuori di casa; era per me un riferimento,  che mi aveva permesso di stringere amicizie importanti, di cominciare ad  andare in vacanza. La responsabile mi ha proposto di fare un progetto per lavorare in biblioteca, dove infatti ho lavorato per 6 mesi: io dovevo catalogare i libri, ma ero sempre a contatto con la gente e questo mi piaceva molto: sentivo di essere utile e di essere capace.
Per uscire di casa però ero in difficoltà. Abito infatti in periferia e per andare in paese bisogna attraversare un pezzo di Appia senza alcun marciapiede. Dovevo camminare con la carrozzina su una strada piuttosto stretta dove le macchine corrono perché sono ancora fuori paese.  Mia madre non voleva che andassi da sola perché era preoccupata. Così in genere uscivo accompagnata da qualche nipote o da una signora che conoscevo. Da sola mai.  Non sempre però c’era qualcuno disponibile ad accompagnarmi; man mano che crescevano i nipoti avevano i loro impegni e i loro interessi e quindi o non potevano o non volevano.
Io non volevo assolutamente rinunciare ad uscire. La mia infanzia e adolescenza le avevo trascorse in casa e, ora che avevo finito la scuola, non volevo tornare a quel tipo di vita. Sentivo il bisogno di autonomia e il desiderio di incontrare persone.
Così ho cominciato a imbrogliare mia madre. Le dicevo che andavo con una signora che conoscevo o con una mia nipote. Invece  andavo in giro da sola.
Facevo piccoli giri, tornavo in fretta. Le mie sorelle lo sapevano e mi appoggiavano. Con questo sostegno mi sentivo più tranquilla.
Dopo un po’ di tempo ho detto a mia madre che andavo da sola. Lei voleva proteggermi perché questo è un posto  molto pericoloso, dove nel passato sono avvenuti incidenti anche gravi. Piano piano, però, ha cominciato ad avere fiducia e ha provato grande soddisfazione quando un giorno lei stessa mi ha mandata a prendere le medicine in farmacia.
Io non avvertivo il pericolo della strada che dovevo percorrere, ma tutti mi dicevano che c’era pericolo, così io camminavo nella cunetta e non sull’asfalto. Non ero l’unica ad avere questo problema perché negli anni questa periferia, un tempo disabitata, ha cominciato a popolarsi di bambini ma anche di persone anziane. Nessuno però andava a piedi proprio perché pericoloso. Non si vedeva una carrozzina con un bambino , non si vedevano  persone anziane camminare da sole. I bambini erano accompagnati a scuola o in parrocchia o altrove in  macchina non solo per la distanza ma anche per il pericolo.
Così è nato un  comitato della zona  formato da me, da un insegnante attiva e altre persone che si aggregavano soprattutto quando bisognava andare in comune.
Nel 2002  abbiamo raccolto  160 firme con la richiesta al comune di fare un marciapiede
Io ho portato  personalmente questa richiesta in comune e l’ho fatta protocollare. In precedenza ero già andata a parlare con sindaco e assessore; questi mi  dicevano che si poteva fare e che l’avrebbero fatto. Ma il tempo passava e  nulla cambiava. Il problema era antico, era nato dal momento in cui la zona aveva cominciato a popolarsi. La questione però era sempre stata trascurata dalle autorità.
Dal 2002 il marciapiede è stato realizzato  nel 2011.
Ci sono stati tantissimi incontri in comune. Abbiamo fatto tante proteste.
Nel 2004 abbiamo preparato dei cartelloni  con frasi e foto che indicavano la pericolosità della strada e li abbiamo collocati in punti strategici del paese per informare la cittadinanza e avere quindi sostegno.  Sono stati pubblicati diversi articoli sui giornali, sempre per coinvolgere l’opinione pubblica e fare pressione sulle autorità.  Sindaco ed assessore dimostravano sempre la loro disponibilità a risolvere il problema ed avevano anche stanziato dei soldi, ma facevano presente le difficoltà:  non c’erano spazi laterali alla carreggiata e  la competenza per la strada in parte non era del Comune ma dell’Anas, (che in realtà, ho scoperto dopo, non avrebbe avuto problemi a dare l’autorizzazione). Il vero problema era che i proprietari dei poderi adiacenti alla strada dovevano cedere una porzione di terreno, una sciocchezza, poco più di un metro, ma uno dei proprietari non era disponibile a cedere. Ad un certo punto i responsabili mi hanno detto che volevano risolvere il problema diversamente, ricoprendo un fossato. In quelli anni però, in seguito ad una catastrofe provocata proprio da un fossato coperto che non aveva lasciato defluire le acque piovane, era  stata fatta una legge per cui non si potevano coprire i fossati. Perciò questa proposta fatta per aggirare gli ostacoli esistenti, è caduta nel vuoto.
Nel 2005 ho anche parlato con Marrazzo, allora presidente della Regione Lazio,  venuto in paese per altri problemi . Lui ha preso le carte e ha detto che le avrebbe lette. Se le è  portate, ma non è successo niente.
La verità era che c’erano degli interessi di una piccola azienda ed altre persone che non volevano che il marciapiede passasse davanti al loro ingresso e quindi facevano opposizione e non volevano cedere il terreno necessario
Io ero molto  scocciata. Andavo in comune anche da sola; a volte persone non della zona che lo sapevano  venivano con me.
I vari sindaci sono stati sempre a scaricare il problema: non ci volevano tanti soldi, ma accusavano l’azienda.
Nessuno voleva prendersi la responsabilità.
Quando c’erano le elezioni mi davano l’ok. Così non potevo parlare, non potevo denunciare; peccato, perché ero diventata coraggiosa e bravina a parlare.
Mi facevo prendere in giro ma ne ero consapevole. Sapevo che non dovevo mollare e dovevo andare avanti.
Alcune persone, in particolare l’insegnante che era con me nel comitato mi incoraggiava.
Non sopportavo la falsità.
Quando andavo in comune mi dicevano cose che non risultavano vere. Facevano progetti e tutto si fermava lì, Secondo me,  alcuni politici semplicemente non volevano mettersi contro i proprietari dell’azienda. E pensare che  frequentavo una delle proprietarie  perché eravamo nel consiglio pastorale. Sono andata personalmente a parlare con lei visto che ci conoscevamo e ci trovavamo insieme  ai convegni. Sono andata per non essere orgogliosa. E’ riuscita ad umiliarmi, mi ha trattata così male  che, quando sono uscita, non riuscivo neanche a guidare la carrozzina elettrica. Mi ha addirittura accusata di voler far fallire la fabbrica, con le mie pretese. All’ inizio ho pensato  che avesse ragione. In realtà avevo detto qualche parola in più e lei era diventata  aggressiva.
Ho scritto al  parroco per riferirgli quello che avevo guadagnato da quell’incontro. In quel periodo infatti ero molto impegnata in parrocchia ed ero anche  segretaria della parrocchia. Mi è costato scoprire diverse delle persone che pensavo di conoscere. Mi sono sentita ferita, colpita dietro.
La situazione si è sbloccata solo quando nell’azienda è cambiata la gestione .
Finalmente il marciapiede si è realizzato.
Secondo alcuni, il marciapiede  è piccolo, ma l’importante  è la sicurezza.
Ci sono  tanti bambini in zona e io lo volevo per loro, non solo per me;in fondo io mi ero abituata a passare nella cunetta.
Ora  ho capito il pericolo della strada e il vantaggio di questo marciapiede . Non sarei mai rimasta fuori fino a tardi; con il buio le macchine non mi avrebbero vista. Ora vedo  anziani, bambini che vanno con la bici. Il vantaggio è visibile e non è solo per me, ma per tutti gli abitanti della zona.
Quando giro per il paese vedo marciapiedi bellissimi in posti dove non c’è molta utilità perché non ci va molta gente. Purtroppo dove abita la  gente importante le cose si fanno, gli ostacolisti superano.
Questa vicenda mi ha insegnato che nessuno si fa carico di quello che non lo tocca. La gente è incostante.
Quando la gente ha visto i lavori ha cominciato a dire  che bisognava metterci una  targhetta con il mio nome. In comune ormai tutti dicevano “ per il tuo marciapiede”, io dicevo che non era solo per me, ma per tutti gli abitanti. Io insistevo tanto perché lo vedevo così, per tutti, me compresa.
Ora guardando indietro nella mia vita mi rendo conto che nulla mi è stato dato con facilità anche se era un mio diritto. Tutto mi è costato molta fatica. Io stessa ho acquisito solo nel tempo la consapevolezza dei miei diritti di persona.                                                                                                                            
Quando ho compiuto 21 anni, ad esempio, avrei avuto diritto alla pensione. Erano passati due anni e ancora non ricevevo nulla. Io volevo avere un minimo di autonomia economica perché non osavo chiedere nulla ai genitori che lavoravano tanto per mantenere la mia numerosa famiglia. Volevo anche solo poter spedire delle lettere alle mie amiche o potermi comprare qualcosa. Così ho scritto al Presidente Pertini. Il presidente mi ha risposto subito dicendo che mi avrebbero chiamata per la visita medica. In effetti così è stato: sono stata subito dopo chiamata per la visita e mi hanno assegnata la pensione.                                   
La fatica che ho dovuto fare senza dubbio mi ha aiutata a maturare , a diventare più forte, ad imparare ad affrontare le situazioni. Non dovrebbe però essere così. Invece di maturare avrei potuto soccombere, avrei potuto ritirarmi nelle mura protettive della mia casa e della mia famiglia.
Per mia fortuna non è stato così
Angela Capirchio

13.6.14

Ho cominciato tutto molto tardi (parte seconda)

La casa in cui sono nata era nel centro storico del paese, priva di strada carrozzabile;  per me, disabile, non era quindi possibile uscire con una carrozzina. Mio padre non l’aveva neanche chiesta perché tanto non avrei potuta usarla. Così ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza  in casa, senza poter frequentare la scuola e senza potere mai andare da nessuna parte. Poi i miei genitori, che avevano della terra nella periferia del paese, hanno pensato di costruire una casa per me agibile. Ci siamo trasferiti  nel 79, quando io avevo 17 anni.
Allora mio padre ha fatto domanda per avere una carrozzina normale, ma per alcuni anni  non l’ho usata molto; la mia vita si era svolta all’interno delle mura domestiche e mi era difficile aprirmi al mondo. Questo è avvenuto  più tardi. Ancora più tardi sono riuscita ad avere una carrozzina elettrica, dopo una dura e lunga battaglia.
Appena sono entrati in commercio i televisori i miei genitori hanno fatto sacrifici e ne hanno comprato uno quando ancora erano pochi a poterselo permettere. Lo avevano comprato per me non solo perché potessi seguire dei programmi, ma anche per farmi stare con gli altri. Le case in cui c’era un televisore, infatti, diventava luogo di incontri dei bambini e dei grandi del quartiere e così anch’io potevo avere momenti di aggregazione. Mia madre era molto orgogliosa di vedere che i sacrifici per comprarlo servivano a farmi vivere un po’ come e con gli altri. Io ho cominciato ad appassionarmi allo sport proprio attraverso il televisore e lo seguivo ogni domenica.
Fino a 30 anni non ho frequentato alcuna scuola. Sembrava scontato per tutti che io non potessi andarci.
Avevo imparato a leggere da sola  guardando i fotoromanzi. Mi piaceva particolarmente Franco Gasparri e per seguire lui ho cominciato a riconoscere le lettere. Per un breve periodo era venuto  un volontario, per insegnarmi almeno a leggere, ma spesso mi nascondevo per la timidezza: cosi lui rinunciò al suo buon proposito.
Anche se non avevo frequentato la scuola, avevo però preso la licenza elementare. Mia sorella più piccola di me di tre anni frequentava le elementari ed io la guardavo con curiosità mentre svolgeva i suoi compiti per casa. Ho sempre desiderato imparare delle cose ed ero molto interessata soprattutto all’italiano. Così ho cominciato spontaneamente a fare gli stessi compiti assegnati a mia sorella per casa. Il suo maestro era informato del mio lavoro   ed era d’accordo, così quando finivo il quaderno glielo  mandavo; lui  lo correggeva e mi dava  una valutazione.
Alla fine ho sostenuto gli  esami in casa. Era venuto il maestro di mia sorella con altri insegnanti ed io avevo cosi preso la licenza. All’epoca io ero molto timida perché non ero abituata a parlare con persone al di fuori della famiglia e del vicinato, perciò riuscire ad affrontare e superare quest’esame era stato per me un vero successo. Ho cominciato ad avere un po’ di fiducia in me stessa
Avevo la licenza elementare ma non avevo mai ascoltato delle lezioni, mai partecipato ad un lavoro di classe, perciò non ero ancora molto brava e soprattutto avevo il grande desiderio di imparare a scrivere. Il maestro mi ha proposto di frequentare le medie, ma io abitavo ancora nella parte storica del paese e questo non era possibile.
Nessuna istituzione si è fatta presente, si è preoccupata di trovare un modo per superare gli ostacoli che mi impedivano di usufruire del diritto all’istruzione. Eppure fin dal 71  le  persone disabili erano state accolte nella scuola comune e, dal 77, erano anche previsti un insegnante di sostegno e un programma individualizzato. Con la scusa che la mia casa non era agibile per macchine e carrozzine, io sono stata dimenticata. Io non ho chiesto nulla, non ero ancora consapevole dei miei diritti e non ero pronta a far presenti le mie esigenze; neanche i miei genitori si erano preoccupati di informarsi su quali fossero i miei diritti; erano persone di origini umili, a loro volta con poca istruzione,  lavoravano molto, si preoccupavano di far stare bene noi figli e non si ponevano altre domande. Erano abituati a farsi carico di tutto e non si aspettavano nulla dalle istituzioni. Progettavano di costruire, appena possibile, una casa adatta a me, una casa senza barriere che mi avrebbe permesso di vivere
Così io ho imparato ad arrangiarmi e a fare da sola.
Mi piaceva tenere un diario, così, finite le elementari, ho cominciato a scriverne uno.  Da allora ho sempre scritto un diario fino alla nascita di mio nipote 11 anni fa.
Ad un certo punto della mia vita, quando avevo già cambiato casa, sono andata in crisi; non ero contenta di come stavo vivendo,  volevo fare qualcosa per vivere bene perché non mi interessava semplicemente sopravvivere.
Qualcuno mi aveva parlato dei corsi serali per prendere la licenza media che si tenevano in un paese vicino dove insegnava un professore amico di mia sorella e mio cognato. Io allora non lo conoscevo. C’era il problema del trasporto e lui si è offerto  di accompagnarmi, visto che lui doveva andarci. E’ stata per me una persona speciale, ha cambiato la mia vita. Anche il viaggio era un momento molto bello.
Così ho sostenuto l’esame di licenza media solo nel 92, quando avevo 30 anni.
L’esperienza dei corsi per lavoratori è stata per me molto significativa e mi ha fatto maturare molto.
A scuola c’erano persone di tutte le età, da diciottenni a sessantenni con esperienze diverse. Il corso serale è molto pratico, non ti sentivi umiliato se non sapevi fare qualcosa. Io ero brava in tante cose e non mi sentivo diversa. Non c’era tanto da studiare. Ci sentivamo tutti ignoranti perché facevamo la scuola dei lavoratori. Un giorno il professore ci ha portati a un convegno tenuto nello stesso istituto: parlavano i responsabili regionali per l’istruzione e abbiamo notato che alcuni relatori facevano grossi  errori grammaticali nel parlare; siamo rimasti meravigliati e nello stesso tempo ci siamo incoraggiati. Se loro che avevano studiato e avevano delle responsabilità parlavano male anche noi che frequentavamo solo un corso per lavoratori potevamo sbagliare senza sentirci da meno.
Alla fine abbiamo fatto un esame con testo e interrogazione. Siamo stati aiutati ed è andato tutto bene.
Finito il corso serale di un anno, il professore, a mia insaputa, ha detto a mia sorella che potevo andare alle superiori, l’istituto magistrale, che era in un altro edificio del corso serale che avevo frequentato. Io vedevo tutto un problema, ma ne avevo un grande desiderio. Così ci sono andata nonostante il parere contrario dei miei genitori. Loro temevano che  non ce l’avrei fatta ad affrontare tutti i problemi , volevano proteggermi.
Io sapevo che avrei incontrato non poche difficoltà. Ero consapevole di non avere delle basi solide per affrontare le superiori; inoltre avevo timore di non trovarmi bene, di non essere accolta. La scuola superiore, infatti, non era abituata e non era preparata ad avere studenti disabili. Se non lo si conosce il disabile spaventa. Le persone non sanno come comportarsi con un disabile e si preferisce evitare l’incontro. Il dirigente, infatti, aveva provato a scoraggiarmi e a mettere delle difficoltà, ma poi queste si sono superate. Da parte mia cercavo di non creare problemi, di non avere bisogno di aiuto. Quando poi ho cominciato a stabilire rapporti con le compagne e, se avevo bisogno, mi facevo aiutare da qualche amica.
L’insegnante di italiano e latino mi piaceva, non era fiscale e concepiva la scuola come luogo di vita, come luogo in cui maturare. Negli anni si è creato con lei un rapporto personale  bellissimo e ancora oggi ogni tanto viene a trovarmi. Quando entrava in classe al mattino prima si affrontavano le problematiche della classe poi si faceva lezione. Lei mi ha dato tanto, mi ha valorizzata molto. Ricordo che  mi chiedeva di leggere i miei tema a alta voce, ma appena cominciavo subito me lo prendeva (altrimenti lo “rovinavo” diceva lei) e lo faceva lei, lo usava come modello per far io non volevo leggere il tema, cominciavo poi lei me lo prendeva e lo leggeva  ad alta voce, lo usava come modello per far capire alla classe come articolare un testo e non andare fuori argomento.
Con i compagni, a parte l’imbarazzo iniziale, ho vissuto un’esperienza bella. Io avevo il doppio della loro età perciò i miei interessi erano diversi. Tutta la mia storia era stata diversa. I loro discorsi mi incuriosivano, sentivo che a volte dicevano sciocchezze, che parlavano di ragazzi, che si facevano scherzi. Mi sarebbe venuto spontaneo fare la grande, fare delle prediche sui loro comportamenti, invece mi adeguavo ai loro discorsi, stavo al gioco; ora so che in questo modo recuperavo  un’adolescenza che non avevo vissuto.
Il terzo anno è stato il più duro, dicono infatti che sia il più difficile. A Dicembre sono andata in crisi .  Non facevo altro che studiare. Avevo tante difficoltà, ad esempio  dovevo fare il latino senza sapere bene la grammatica italiana. Perciò dopo Natale non volevo più tornare. I miei insegnanti sono stati molto bravi e mi hanno chiamata. Mi hanno detto che si poteva fare un programma specifico per me. In questo modo mi hanno incoraggiata a riprendere. In realtà mi sono poi accorta  che facevo le stesse cose degli altri, ma mi sentivo sostenuta e incoraggiata a non mollare.
Andavo a scuola con un trasporto privato pagato in parte dal comune. Nella scuola mi muovevo grazie alla carrozzina elettrica che lasciavo fissa lì. E’ allora che ho cominciato ad usarla: prima l’avevo ma non la usavo perché non ne avevo modo.
Così ho frequentato per cinque anni , compreso l’anno integrativo e mi sono diplomata. E’ stato un impegno molto grande per me che non avevo molte basi. Mi è costata molta fatica, ma mi ha fatta crescere molto e mi ha resa anche più espansiva e aperta.
Ora seguo nei compiti una ragazzina che frequenta le elementari e ne sono molto contenta. Mi fa piacere sentirmi utile ed avere qualcosa da dare. Alla mia allieva cerco di comunicare il senso delle cose, il senso della vita più che le regole grammaticali, anche se sono importanti pure quelle. Questo per me è il valore della scuola. Deve attraversare la vita e non esserne separata.
Finite le magistrali il professore che avevo avuto alle medie mi ha detto che era ora di andare all’università. Era possibile farla on line. Io ero piuttosto stanca per i cinque anni di studio intenso e non sapevo ancora usare il computer, perciò ho messo da parte l’idea.
Inoltre avvertivo che per me era ora di entrare nella vita concreta. Ero vissuta sempre in casa e gli ultimi anni sui libri, volevo scoprire il mondo.
Ho cominciato tutto troppo tardi. Avrei anche potuto fare l’università, avrei anche potuto lavorare. Invece ho dovuto fare delle scelte anche legate all’età e all’energia. Non ho ad esempio lottato per il diritto al lavoro perché quando avevo energia non avevo istruzione e forza di carattere. Ad un certo  punto il Comune mi aveva proposto di fare la segretaria da casa. Mi avrebbero mandato del lavoro da fare al computer ma solo quando ne avevamo bisogno perciò dovevo essere sempre reperibile. Io ho rifiutato perché voleva dire relegarmi in casa e anche perché non ero ancora brava con il computer. Se avessi frequentato la scuola nei tempi giusti, sarei cresciuta prima. Ho cominciato tutto molto tardi, ma non importa; la mia vita oggi è ricca sia di affetti sia di impegni. Ho imparato ad utilizzare bene il computer che mi tiene in contatto con tante persone; riesco a farci anche tanti lavori creativi che mi danno molta soddisfazione.
Oggi ho la consapevolezza che mi è stato tolto qualcosa che mi spettava come persona. Ho anche capito però che non bastano le leggi a favore della disabilità; ci vuole più civiltà, ci vuole più cultura, ci vuole l’abitudine a vivere accanto ai disabili per poter scoprire che prima di essere disabili sono persone che hanno bisogno di essere supportati in tante cose ma che hanno anche tanto da dare.
Angela Capirchio

10.6.14

Qualcuno deve lottare per avere avere quello che gli spetta (parte prima)

Può sembrare normale vedere una donna in carrozzina elettrica uscire di casa e andare  al mercato, al bar, a messa, a trovare gli amici.
Oggi è scontato che un Comune si attivi perché ogni disabile possa frequentare la scuola.
Queste cose, apparentemente così semplici, a qualcuno sono costate anni di lotta, di pazienza, di rinunce.
Poter andare a scuola, poter uscire di casa in modo autonomo senza pericoli fanno una grande differenza, modificano di molto la qualità della vita di persone a cui il destino ha regalato delle difficoltà fin dalla nascita.
Che qualcuno debba conquistarsi pezzo per pezzo tutto ciò che è garantito dalla Costituzione non è giusto, non è accettabile, non è umano.
Una società giusta deve permettere a un ragazzo con disabilità (di qualunque tipo)  di diventare grande: istruito, in salute, affettuoso, attivo, considerato come persona particolare con qualcosa di caratteristico da offrire e  non semplicemente un disabile.  Ogni bambino ha diritto a un’istruzione adeguata in un ambiente con le minori limitazioni possibili e basata su un piano educativo individualizzato.
Una società giusta deve predisporre le condizioni per lo  sviluppo delle capacità di ogni persona e per la sua messa in pratica. Quindi ad esempio non si tratta solo di riconoscere che un disabile ha bisogno di risorse aggiuntive per far fronte ai propri bisogni quotidiani; occorre far si che l’ambiente e le regole sociali non aggiungano ostacoli ad una vita già difficile (es barriere architettoniche, pregiudizi)
Perché questo accada  devono cambiare la concezione della dipendenza e della cura. La condizione di dipendenza deve essere compresa e sostenuta. Tutti viviamo periodi della vita in cui siamo dipendenti da altri (come l’infanzia e la vecchiaia). Tutti possiamo diventare dipendenti da un momento all’altro.
Le barriere architettoniche hanno da sempre impedito ad Angela di vivere una vita dignitosa.
Ogni volta che dal terrazzo della mia casa materna la vedo passare con la sua carrozzina elettrica da sola non posso fare a meno di pensare a quanto tempo è dovuto passare prima che potesse arrivare a questa meta.
Quanti ostacoli ma anche quanto coraggio e capacità di lottare con gli altri e anche con il proprio carattere tendenzialmente timido e schivo.
Angela è nata con una malformazione agli arti superiori e inferiori.
Oggi ha 52 anni e fino all’età di 17 anni è vissuta nel  centro storico, posto nella parte alta del paese, priva, allora, di strada carrozzabile.. Perciò dal momento in cui suo padre non l’ha più potuta portare in braccio, la sua vita si è svolta tra le mura di casa o, al massimo, nel piccolo androne della casa dove poteva stare con altri bambini del quartiere.
Credo di essere stata tra le  prime persone al di fuori della famiglia e del vicinato ad entrare nella sua vita. Voleva fare la prima comunione ed io andavo a casa sua per prepararla.
Entrambe conserviamo in modo molto vivo il ricordo del primo incontro: l’emozione, l’imbarazzo, la difficoltà a comunicare, perché entrambe timide. Ma è nata un’amicizia che è durata nel tempo anche se in alcuni periodi ci siamo incontrate molto poco. Credo di poter dire che siamo  l’una nel cuore dell’altra.
Mi piace incontrarla casualmente per strada o darle appuntamento in un bar. Gli incontri mi regalano sempre tanto calore: a sentirla parlare animatamente e in modo spigliato mi viene sempre in mente quella ragazzina che diceva poche parole, per di più con le lacrime che le scendevano sul viso, come racconta lei stessa parlando di quei tempi.
 
Maria Costanza Saccoccio

7.4.14

Così Zahara vive gli anni della scuola media come un incubo...

Dopo due anni e mezzo di frequenza della scuola media, mi chiedo cosa  abbia dato la scuola a Zahara. Cosa ha fatto per aiutarla a crescere, per farla stare bene e per insegnarle qualcosa?
Rivisitare un’esperienza di cui si è fatto parte non si può fare senza sentire la responsabilità di quello che non si è fatto o non si è riusciti a fare. Nella scuola si convive con questa consapevolezza di non fare quello che si dovrebbe. Quello che sarebbe giusto fare per chi entra a scuola con delle aspettative; aspettative che spesso rimangono deluse.   
Tante voci gridano: sono loro che non si impegnano, sono loro che non si adeguano. Ma la tua voce interiore ti urla che il sistema non funziona, che l’ingranaggio non ti permette neanche di accorgerti che ne fai parte e ne sei responsabile. 
Zahara è una ragazza arrivata dal Marocco insieme alla mamma e due fratelli per ricongiungimento familiare. Il salto per lei è stato grosso e il suo carattere timido e chiuso non le ha permesso di affrontare la nuova realtà. Sentirsi sempre ultima ovunque non è facile: ultima in classe, in difficoltà nel piccolo gruppo di italiano L2. Sembra sempre assente, estranea a quello che le succede intorno. Solo nel rapporto individuale comunica qualcosa. 
In classe ci sono due compagni del Marocco, ma una sola sa parlare marocchino; diventa per un po’ la sua compagna di banco e le fa da interprete.
La sua lentezza a capire la lingua italiana diventa subito un alibi per tutti, compagni e professori, per lasciarla a se stessa. Anche Fatima, che riesce a parlare con lei in marocchino, si stanca subito; non vuole più stare vicino a lei, ha paura di essere identificata anche lei come straniera; lei ama il Marocco, tanto da volerci andare ad abitare da grande finiti gli studi, ma è nata in Italia e sente questa forza. 
Zahara si chiude sempre di più; sembra che tutto intorno a lei le sia nemico. I compagni si scoraggiano subito, non le stanno più vicini. Nei professori nasce il pensiero che Zahara sia poco intelligente. Lei si rifugia nel suo mondo e nella sua lingua: appena può legge e scrive in arabo e si estranea. Sembra che non veda alcun senso nelle cose che le si chiedono: Perché le vengono chieste cose che nessuno nella scuola precedente le ha chiesto? Non le sembra giusto.   Il nuovo professore di italiano stabilisce che non avendo capito un breve testo che le aveva sottoposto, lei ha difficoltà di apprendimento, perciò propone di parlare con i genitori perché si rivolgano ai servizi sociali per una certificazione come disturbo dell’apprendimento. Alcuni professori non sono d’accordo e non se ne fa nulla.
Sembra che Zahara non stia a cuore a nessuno. Ognuno propone qualche sistemazione per lei, la si avvia ad un doposcuola ma neanche qui trova un vero riferimento. E’ una girandola di persone, spesso di studenti.  
Tante persone sembrano occuparsi di lei, ma nessuno se ne cura veramente. Nessuno è in grado di farle capire che lei non è “scema”, non sa solo la lingua e tante conoscenze non le ha solo perché nessuno, oggi e ieri, gliele ha mai insegnate.   
Quale opportunità ora le viene data? Solo quella di adeguarsi, di non avere esigenze particolari, di annullarsi nella collettività. Così fare i compiti diventa la sua urgenza; non importa se non li capisce, non importa se li copia. Stenta a dire che non ha capito a meno che non le si faccia la domanda diretta. Così insegue il programma che si svolge in classe, la preparazione per le verifiche e per le interrogazioni. Chi lavora con lei al pomeriggio, al doposcuola o a livello personale, entra in questo vortice nella illusione che lei si senta qualche volta adeguata a quello che fanno gli altri. Così Zahara vive gli anni della scuola media come un incubo, come un tunnel di cui non vede la luce. Non può che intristirsi  La scuola che frequenta ha fama di preparare bene gli studenti per le superiori, ma per ottemperare a questo mandato che si è data da sola, abbandona a se stessi tanti ragazzi che non hanno alcuna colpa se non quella di avere una certa deviazione dalla media standart o di avere dovuto affrontare delle difficili vicissitudini della vita

24.3.14

dal “Diario di un insegnante” di Pasolini

Stiamo lavorando per noi… Non vogliamo correre dietro a mille cose, ma fermarci per raccogliere idee ed esperienze che ci hanno portato a scrivere anche questo blog.
Il momento della riflessione è sempre necessario. Ci siamo rese conto che non riuscivamo a rispondere ai numerosi e interessanti commenti come avremmo voluto. Vi chiediamo quindi un cambiamento di rotta per permetterci di farlo in modo approfondito, ma senza fretta. Pertanto chi ha qualcosa da dirci, da testimoniare può scriverci a questo indirizzo deremi47@gmail.com e vi risponderemo o attraverso il blog o, se richiesto, privatamente.
Chi, invece, preferisce può anche venirci a trovare nella pagina di facebook

Diario di un insegnante
Quando una tua ex allieva ti lascia questo brano di Pasolini dal "Diario di un insegnante" non può che renderti felice. E' bello sentire che qualcuno ha apprezzato il tuo lavoro anche se mi sento ben lontana dall'essere o essere stata la figura di insegnante che viene descritta. Certo è che ho cercato di esserlo e questo penso che i ragazzi sappiano capirlo. Posso dire con certezza che il lavoro di insegnante, al di là dei riconoscimenti ufficiali, che non mi hanno mai interessata, è un lavoro bellissimo che ti arricchisce ogni giorno. Forse anche noi dovremmo ringraziare i nostri allievi.

- i  ragazzi odiano studiare perché lo studio non è avventura, ma noiosa convenzione
- se un ragazzo è intelligente ma non studia è colpa dell'insegnante
- l'insegnante deve essere animatore del processo educativo. Non deve essere oggetto d'amore ma saper provocare amore per l'oggetto di studio, saper suscitare la passione per lo studio che si autoalimenta                                                                                                                          
l'insegnante deve essere creativo e inventare situazioni dove apprendere è un gioco
- l'insegnante non si deve abbassare al livello del ragazzo, non serve al processo educativo. È vero il contrario in quanto il ragazzo non vuole rimanere prigioniero del suo mondo ma è alla ricerca di strade per uscirne. E l'insegnante deve offrirgli l'opportunità
- l'insegnante deve però umanizzarsi, farsi scoprire nei sentimenti, nelle debolezze, nella  sessualità, nella quotidianità. Questo tenendo un profilo culturale alto
- la scuola deve far cadere tutti i feticci, in primo luogo quello del ruolo dell'insegnante che col suo potere terrorizza i ragazzi
- proprio per la necessità di abbattere tutti i feticci l'insegnamento della religione non deve essere obbligatorio
- nella scuola la poesia è relegata a un ruolo minore in quanto non utile ai processi produttivi. Bisogna invece dare maggiore importanza alla poesia
- la poesia è importante perché può innescare il processo creativo fine a se stesso, non utilitaristico, quindi puro
- si deve cominciare dalla poesia contemporanea perché più vicina per linguaggio e per sentire a coloro che la devono apprendere
- il processo di apprendimento passa attraverso il sentire: percepire emozioni e trovare le parole per esprimerle. Leggere poesia deve voler dire: sentirne le emozioni, scoprire le proprie, associare alle emozioni le scoperte linguistiche per esprimerle                                                                                    
- le antologie sono insulse e sempre vetuste, gli unici libri di testo utili sono i manuali, come la grammatica. Le antologie vanno abolite per essere sostituite da materiali vivi e locali
- il dialetto non deve rimanere fuori dalla scuola, esso è fonte primaria di ricchezza della lingua italiana                                                                                                                                                    

- il fine ultimo della scuola è creare cultura

Sintesi dal “Diario di un insegnante” di Pier Paolo Pasolini
Da Concetta Vinci “Grazie prof!

4.3.14

Scuola: il maestro di Cipì ci mancherà

Quando entravo in classe, ci mettevamo in cerchio per poterci guardare in faccia, non allineati in modo che uno coprisse l’altro. Toglievo la cattedra perché non serviva. Lì nasceva la base della democrazia, l’abitudine alla democrazia”.
Mi aveva risposto così, il maestro Mario Lodi, quando gli chiesi: “Cosa faceva lei quando entrava in aula?”…
Nessuna vanità, nessun moto d’orgoglio. Mario Lodi, nonostante una laura ad honorem, oltre ventotto ristampe del suo Cipì e riconoscimenti in tutto il mondo, era rimasto il maestro. L’intervista divenne presto il dialogo tra due maestri, da cui io sentivo solo il desiderio d’imparare. “Per fare il maestro serve un ingrediente che non è previsto nei regolamenti; bisogna sentire l’amore verso i bambini che hanno bisogno di tutto e noi possiamo darglielo”. Prima regola.
Mario Lodi, i suoi ragazzi li aveva amati uno ad uno. Come tutti i maestri ricordava ancora, a distanza di anni, i loro nomi. Per lui, che aveva contribuito dopo la seconda guerra mondiale, a far nascere la scuola pubblica statale, la Costituzione doveva continuare a essere vissuta nelle aule:
“La scuola dev’essere la seconda casa del bambino. Quando entra in classe, deve portare con sé delle abitudini che diventano democrazia in atto. Se noi consideriamo l’aula la nostra seconda casa, le vogliamo bene e quindi la difendiamo da chi vuole distruggerla, diventiamo “patrioti” della democrazia e impariamo il rispetto per l’ambiente”.
Aveva le idee chiare anche sulla valutazione, le stesse di don Lorenzo Milani che aveva conosciuto e con il quale aveva iniziato una corrispondenza tra i ragazzi di Vho e di Barbiana: “Nella Costituzione non c’è mai un articolo che parli di bocciare. C’è il verbo promuovere. I fanciulli non vanno mai messi nelle condizioni di essere bocciati”. 
Ho riletto tante volte quell’intervista a Mario Lodi, riportata nel mio Riprendiamoci la scuola. L’ho letta spesso la sera prima di andare in classe. L’ho presa in mano tutte le volte che qualche dirigente o qualche ministro ha anteposto la sua “legge” alla Costituzione. I suoi libri li dovrebbero conoscere tutti i maestri, dovrebbero essere studiati all’università, portati in classe.
 “Andate avanti”, ha lasciato detto agli amici indicando la strada da percorrere con forza e speranza. Non sarà facile, soprattutto in questi tempi. 
Ci mancherà, maestro.

di Alex Corlazzoli tratto da Il fatto quotidiano 3/3/201

26.2.14

Non è mai troppo tardi

LETTERA DEL MAESTRO MANZI
“Cari ragazzi di quinta,
Abbiamo camminato insieme per cinque anni. Per cinque anni abbiamo cercato, insieme, di godere la vita; e per goderla abbiamo cercato di conoscerla, di scoprirne alcuni segreti.
Abbiamo cercato di capire questo nostro magnifico e stranissimo mondo non solo vedendone i lati migliori, ma infilando le dita nelle sue piaghe, infilandole fino in fondo perché volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per sanare le piaghe e rendere il mondo migliore.
Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile. E’ vero che non sempre è stato così, ma ci abbiamo messo tutta la nostra buona volontà. e in fondo in fondo siamo stati felici. Abbiamo vissuto insieme cinque anni sereni (anche quando borbottavamo) e per cinque anni ci siamo sentiti “sangue dello stesso sangue”. Ora dobbiamo salutarci. Io devo salutarvi.
Spero che abbiate capito quel che ho cercato sempre di farvi comprendere: non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad essere voi stessi. Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o “addomesticare” come vorrebbe.
Ora le nostre strade si dividono. Io riprendo il mio consueto viottolo pieno di gioie e di tante mortificazioni, di parole e di fatti, un viottolo che sembra identico e non lo è mai. Voi proseguite e la vostra strada è ampia, immensa, luminosa. E’ vero che mi dispiace non essere con voi, brontolando, bestemmiando, imprecando; ma solo perché vorrei essere al vostro fianco per darvi una mano al momento necessario. D’altra parte voi non ne avete bisogno. Siete capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo.
Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, se voi non lo volete.
Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è gia in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onesta, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.
Se vi posso dare un comando, eccolo: questo io voglio. Realizzate tutto ciò, ed io sarò sempre in voi, con voi.
E ricordatevi: io rimango qui, al solito posto. Ma se qualcuno, qualcosa vorrà distruggere la vostra libertà, la vostra generosità, la vostra intelligenza, io sono qui, pronto a lottare con voi, pronto a riprendere il cammino insieme, perché voi siete parte di me, e io di voi. Ciao.”
Alberto Manzi

Per tutti noi della classe V A della Scuola elementare Fratelli Bandiera, a Roma, Alberto Manzi non era l’uomo della Tv, quello che le anziane del quartiere ancora riconoscevano e ogni tanto fermavano per la strada. Non era il maestro di “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione Rai che aveva insegnato a leggere e a scrivere un milione di italiani (questa sera la prima parte della fiction su Rai Uno a lui dedicata). Non era nemmeno l’autore di "Orzowei", il pluripremiato libro per ragazzi di cui a mala pena riconoscevamo la sigla dello sceneggiato in tv (quella dei mitici Oliver Onions).
Alberto Manzi era semplicemente il Maestro. Soprattutto era il “nostro” maestro. Quello che ogni tanto scompariva dalla classe per qualche giorno – lasciandoci nelle mani di supplenti disperate - per presentarsi davanti alle varie Commissioni del Ministero della Pubblica Istruzione, richiamato all’ordine per aver infranto qualcuna delle regole scolastiche. I voti in pagella, per esempio: una sorta di marchio che si rifiutava di apporre su un bambino che sarebbe cambiato di lì a qualche mese, imparando, evolvendo, crescendo. Non era un uomo remissivo: lo sentivamo imprecare fuori della porta della classe, con la rabbia di chi sa di stare subendo un’ingiustizia. Eppure poi tornava da noi, dopo la sospensione, mai scoraggiato e mai domato nelle sue convinzioni. E così, insieme, si aspettava la sospensione successiva.
Era l’uomo che, quando eravamo stati particolarmente buoni, srotolava davanti ai nostri occhi sgranati la gigantesca pelle di anaconda che conservava nell’armadietto dei tesori, insieme ad animali sotto spirito, ossa, pietre, testimonianze dei suoi viaggi misteriosi. Raccontava delle sue incursioni, più o meno clandestine, in Sud America, del suo amico – il missionario Don Giulio – con il quale condivideva altre ribellioni alle tirannie ma anche l’impegno per l’alfabetizzazione delle popolazioni locali. Racconti a metà tra la verità e la leggenda, di cui solo in età adulta abbiamo capito il valore. Allora erano solo le straordinarie avventure di un uomo straordinario.
Era quello che ci insegnava a parlare senza paura di sbagliare. Che invece di darci le risposte preconfezionate ci chiedeva “tu che ne pensi”, ed era veramente interessato alle nostre opinioni sui grandi temi: la democrazia, la politica, l’immigrazione (ed erano gli anni Settanta). Era quello che ci guidava nel mondo, letteralmente: con il suo aiutante Rodolfo, grazie al quale aveva introdotto le basi dello scoutismo nella classe, abbiamo passato più tempo fuori dalle aule scolastiche che dentro. Gite e scorribande ovunque, per giocare, stare insieme e aprirsi alla vita, nel bene e nel male: sul bordo della caldera del Vesuvio, al teatro greco di Siracusa o nei campi di Dachau. Era quello che ci insegnava ad avere fiducia in noi stessi, a sviluppare la curiosità per i fatti del mondo, a conservare il rispetto per le cose e per le persone. Era davvero il nostro Maestro.
da Galileo di Elisa Manacorda

19.2.14

Il bisogno di autorevolezza

Dal Film Come Dio comanda
Anni fa ho sentito parlare due miei allievi fra di loro. Uno era Stefano, l’altro Giovanni. Stefano, pur essendo un ragazzo molto intelligente, non andava bene a scuola e parlando al compagno diceva: «Vorrei che mio padre mi prendesse a botte, invece non mi dice nulla, mi lascia fare e questo non mi sembra giusto». Ero rimasta molto sorpresa da questa affermazione. Mandava in crisi tutte le idee contro l’autoritarismo che erano state motivo di lotta di molti ragazzi della mia generazione.Più tardi ho ben capito cosa voleva dire. Ai ragazzi, al di là delle apparenze, non piace una relazione paritaria con l’adulto. Non era l’autoritarismo che Stefano invocava, ma quella sana autorevolezza che un genitore, un insegnante deve avere nei confronti del più giovane.
La nostra società sta assistendo ad una vera e propria “eclissi del principio di autorità”. I genitori sempre di più sono insicuri nelle decisioni da prendere, sentono il bisogno di giustificare continuamente le richieste che si fanno ai figli, e le spiegazioni continue diventano ridondanti quando non assordanti alle orecchie del bambino. Un genitore mi spiegava come sua figlia, quando lei cercava di convincerla a fare una cosa piuttosto che un’altra, si tappasse le orecchie e gridasse “basta!!!”.In altri casi si dà per scontato che un bambino debba poter scegliere fin da piccolo ed una volta spiegata la “questione” si debba lasciar fare a lui.
Una signora, un giorno, raccontandomi le prodezze del figlio di tre anni, mi spiegava come lui capisse già tutto, che sapeva quello che era giusto o sbagliato e come esempio raccontava questo: «quando la nonna telefonava, il bambino sapeva molto bene che a lei faceva piacere parlare con lui e si divertiva a farle il dispetto di non andare al telefono dicendo che aveva molto da fare».
È chiaro come i ruoli si siano invertiti: è il nipote, il piccolo, che decide come debba essere la relazione e la nonna per conquistarlo dovrà ricorrere ad armi seduttive: se vieni ti do una caramella e così via.
Questo atteggiamento dell’adulto dimostra come non si conoscano i bisogni veri del bambino, che non può essere lui a comandare, ma che al contrario ha bisogno dell’autorità rassicurante e contenitiva del genitore, altrimenti il bambino si sente solo di fronte alle proprie pulsioni e all'ansia che ne deriva.
È sempre più riscontrabile l’insicurezza nei genitori che sempre meno sanno cosa fare coi loro figli e come comportarsi di fronte ai loro atteggiamenti aggressivi o trasgressivi. Quante volte a scuola li sentiamo dire: «Non so più cosa fare con lui, le ho provate tutte». Ma se non c’è autorità manca sicuramente armonia, se i genitori non sanno affrontare i conflitti che necessariamente nascono tra le generazioni, si prenderanno decisioni arbitrarie e nella casa regnerà la confusione.
«Il rapporto tra genitori e figlio diventa teso e ansioso e la vita famigliare si trasforma in uno psicodramma permanente…». (Miguel BenasayagGerard Schmit, L’epoca delle passioni tristi)
I figli hanno bisogno della nostra autorevolezza, che è il contrario dell’autoritarismo.  Chi è autorevole ha acquisito dei meriti sul campo, ha saputo guadagnarsi la fiducia e sa soprattutto rispettare l’altro. Il rispetto è la capacità di guardare agli altri come portatori di valori, è la capacità di guardare l’altro per quello che è e non per quello che noi vogliamo che sia.
Diventare autorevoli, però, vuol dire saper ascoltare e saper dialogare non rinunciando al proprio punto di vista, ma sapendolo mettere a confronto in modo dialettico con quello dell’altro.
Diventare autorevoli vuol dire non nascondersi le difficoltà dei figli, non fare finta di non vedere. Troppo spesso i genitori di fronte ai problemi dei loro figli si ritraggono, ne hanno paura, non cercano di capire da dove vengono. Il bambino sente di provocare nei propri genitori angoscia e in questo modo finiscono anche loro per angosciarsi di più senza che il problema trovi né una soluzione né una via d’uscita. Un vicolo cieco che porta il bambino e i suoi genitori dallo specialista.
Il rispetto, secondo Fromm, è uno dei fondamenti dell’amore. L’amore, infatti, per l’autore de L’arte di amare è un potere attivo dell’uomo, è un’arte che si impara e si fonda su certi elementi in comune: «la premura, la responsabilità, il rispetto, la conoscenza».
Premura” è interesse attivo per la vita, è la crescita di ciò che amiamo, è quindi cura ed interesse.
È “responsabilità, che non deve essere intesa come qualcosa che ci è imposto dal di fuori, ma come un atto volontario: è la risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere responsabili vuol dire “essere pronti e capaci di «rispondere»”.
L’amore è anche “rispetto”. La parola rispetto viene dal latino “respicere”, vuol dire, quindi, avere la capacità di guardare la persona così com’è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me. Ma la cura e la responsabilità sarebbero cieche se non fossero guidate dalla «conoscenza», conoscenza che deve partire da un interesse per l’altro, il che presuppone la capacità di ascolto.
Solo chi ama nel senso che dice Fromm può essere autorevole.
Da Star bene insieme a scuola si può? - ed. Utet Universitaria